Jan Fabre è artista belga attualmente attivo nell’ambito delle installazioni pubbliche, ma anche nel teatro, nella pittura e nella scultura.

La concezione del tempo e dello spazio di Jan Fabre si basa sul mondo degli animali. L’artista li percepisce come esseri disinibiti, che utilizzano il potenziale dei sensi più degli uomini e registrano con accuratezza i segnali esterni. Gli animali sono un uomo potenziato o, detto diversamente, come scrive Nietzsche: “l’uomo è un animale malato”.

Fabre lavora con cani e gatti impagliati, come nell’opera “Il reclamo dei gatti randagi morti”: un’istallazione del 2007 composta da nove gatti appesi a ganci da macelleria. Il numero nove è dovuto al fatto che nei paesi nordici si dice che il gatto abbia nove vite. Lo spazio è allestito con una scenografia composta da uno sfondo nero, inframmezzato da lastre di vetro e piattini di latte. Il gatto è l’animale sacro per gli egizi, che nel medioevo era considerato incarnazione del demonio, legato al femminile e alla stregoneria, quindi perseguitato. L’opera è quindi un omaggio ai perseguitati e agli abbandonati, come gli artisti, voluti dalla società e poi emarginati dalla stessa.

“Il carnevale dei cani randagi morti” è un’istallazione analoga presentata nel 2006 al Museo delle Belle Arti di Anversa, dove ad essere esposti sono i cani randagi. Fabre aveva allestito la sala come se vi fosse una festa di carnevale, con coriandoli, stelle filanti e cappellini colorati sulle teste dei cani. Una carnevale come festa alla rovescia e come protesta attraverso l’esibizione degli istinti più bassi, dell’irrazionalità e crudeltà dell’uomo nei confronti dell’animale.

Lo scandalo suscitato da questa esposizione fa parte della provocazione di Fabre perché egli mette in mostra quel meccanismo psicologico del piccolo borghese che abbandona egoisticamente gli animali, condannandoli a morte, ma prova orrore quando viene messo di fronte al corpo delle vittime.

 

 

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