Jannis Kounnelis (Pireo 1936) è un artista e scultore greco. Dopo aver trascorso l’infanzia e l’adolescenza in Grecia, all’età di venti anni decide di trasferirsi a Roma per studiare presso l’Accademia delle Belle Arti. In questa città conosce e segue gli insegnamenti di Toti Scialoja, grazie al quale si avvicina all’espressionismo astratto.

Jannis Kounnelis fa parte della corrente artistica denominata “Arte Povera”, che ha accumunato principalmente un gruppo di artisti torinesi tra cui Anselmo, Pistoletto, Zorio e altri artisti vicini a loro ideologicamente ma residenti in altre città come Fabro e Calzolari.

Le prime manifestazioni ufficiali di Arte Povera, battezzate con questo nome dal critico genovese Germano Celant, appartengono agli anni 1967-68, ma ci furono anche episodi antecedenti databili al 1965-66.

Il termine “Arte Povera” nasce, soprattutto, per l’uso di materiali poveri, “raw materials” che potevano essere di qualsiasi tipo: vegetale, organico e minerale, ma ci sono artisti, tra cui Jannis Kounnelis, che giungeranno a usare animali veri come immagini reali e mitiche dell’energia vitale.
Nel 1960,quando ancora frequenta l’Accademia, allestisce la sua mostra presso la galleria romana La Tartaruga.
La sua ricerca, iniziata dal quadro nudo e puro, sfonda i limiti della pittura e sfocia presto nel rifiuto dei mezzi tradizionali, le sue prime opere rappresentano segni tipografici su fondo chiaro che alludono ad un linguaggio frantumato.
A partire dal 1967 si avvicina al linguaggio dell’Arte Povera nelle sue performance e attraverso l’utilizzo come materiali artistici di elementi organici e inorganici che rimandano alla realtà, come ferro, legno, carbone, iuta, corpi di animali, brandelli di carne.

Nel giugno 1967 partecipa alla collettiva Fuoco immagine acqua terra a L’Attico di Fabio Sargentini, a Roma. L’esposizione destò scalpore perchè per la prima volta gli elementi naturali diventano parte integrante dell’opera d’arte. Accanto a Kounellis, fuoco, espone anche l’altro innovatore dell’Arte Povera Pascali, terra e acqua.

Nel 1969 Jannis Kounellis torna a L’Attico, legando questa volta dodici cavalli vivi alle pareti della galleria romana. Con questa azione l’artista vuole realizzare il conflitto ideale tra cultura e natura, in cui l’artista è ridotto al ruolo marginale di artefice. Tale conflitto diventa l’opera stessa, che si realizza nella partecipazione e nella relazione tra pubblico e opera.
La sua attività continua negli anni settanta ma con una forte visione polemica nei confronti dell’arte povera, che ha ormai perso le sue potenzialità innovative.

Tra la fine degli anni settanta gli animali vivi cedono il passo agli animali imbalsamati. Nel 1979, espone due uccelli imbalsamati, trafitti da frecce e sospesi sulle linee di un elementare paesaggio urbano, trasmettendo tristi presagi della fine di ogni immaginazione liberatrice. Accanto agli animali, disegni sommari di case in prospettiva riecheggiano gli ambigui ritorni figurativi della transavanguardia.
L’attività dell’artista continua ancora oggi e si svolge principalmente in Italia dove vive e lavora.