Nato a Pechino nel 1957, l’artista cinese Ai Weiwei è balzato agli onori della cronaca nella primavera del 2011, quando fu arrestato in patria con l’accusa di opporsi al regime cinese. Durante la sua prigionia, l’opinione pubblica internazionale e diverse istituzioni museali mondiali si sono mobilitate in suo favore, fino al rilascio dell’artista. Attivo in molti campi, dalle arti visive alla letteratura, Weiwei esercita gran parte della sua professione tra il suo paese natale e New York.

Una delle caratteristiche fondamentali dell’ artista è l’aver capito il potenziale dei nuovi mezzi di comunicazione telematici nella diffusione dell’arte e delle opinioni. Tra i suoi mezzi di espressione e di contatto con il mondo c’è stato il suo blog, chiuso nel 2006 dalle autorità cinesi.

Nel campo dell’arte, in tutti i lavori di Ai Weiwei, dalle installazioni ai documentari, il tema predominante è la società cinese, con le sue contraddizioni e i suoi problemi, ragione prima per cui l’artista sembra essere tanto inviso alle autorità del Governo del Paese. Attraverso la sua prassi artistica, Ai Weiwei rivela parti di storia, cultura e società di questa sconfinata nazione, fatto rimarcato dalla scelta dei materiali, molto spesso opere di artigianato cinese.

In Fairytale-1001 Chairs, installazione esposta nel 2007 a Documenta XII, l’artista si è servito, come appunto suggerisce il titolo, di 1001 sedie per creare un’installazione e ha invitato 1001 cittadini cinesi a vivere a Kassel, città in cui si tiene la rassegna, in quello stesso periodo. In tal modo, la favola di Ai era proprio quella di creare un micro mondo e una rete sociale attraverso la sua arte, in cui persone ordinarie avrebbero potuto cambiare la loro vita per un attimo, sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista politico.

In Cubelight (2008), Ai Weiwei crea un imponente lampadario cubico che poggia sul pavimento, ispirandosi sia al minimalismo di Donald Judd sia al cinema espressionista russo, in particolare il film del 1928 “Ottobre” di Eisenstein, in una scena del quale veniva ritratto un lampadario del Palazzo d’Inverno, assediato dai rivoluzionari, che vacillava, rappresentando così simbolicamente l’instabilità della monarchia russa, e ripreso quindi da Weiwei nella medesima sfaccettatura tematica.

Quando, nella primavera del 2008, un terremoto distrusse gran parte della regione cinese del Sichuan, provocando numerose vittime, soprattutto bambini, Weiwei in segno di solidarietà con i terremotati creò la campagna web AiFlowers, sfruttando la popolarità degli appena nati Social Network. Il progetto, ancora attivo, prevede che gli utenti postino delle foto con dei fiori o dei bouquet colorati, commentati dall’hashtag #aiflowers. In tal modo, si ritorna al tema dell’arte mediata attraverso il web che rende partecipi artista e pubblico, una costante della prassi artistica di Ai Weiwei. Il quale riprende questa iniziativa in With Flowers (2013), in cui pone un mazzo di fiori freschi dentro al cestino di una bicicletta davanti al 258 Caochangdi Studio per riottenere il permesso di viaggiare liberamente.

Tra le sue opere più recenti, si ricordano China Map e Bang, entrambe del 2013. Nella prima, l’artista riproduce in vari luoghi e con dei materiali differenti – dal legno alle lattine – una mappa della Cina, che simboleggia, proprio nell’unione dei materiali, la costruzione sociale e politica della Cina moderna, un Paese immenso e popolato da etnie con culture e stili di vita differenti, amalgamate in una singola nazione.

In Bang, esposta all’ultima Biennale di Venezia, Weiwei ha usato 886 sgabelli di legno, creati da artigiani, e li ha uniti per creare una scultura astratta. Il progetto, che stilisticamente riprende il già citato Fairytale, simboleggia l’usanza cinese di tramandarsi proprio uno di questi sgabelli artigianali di generazione in generazione.

Con l’avvento della Rivoluzione, e con i conseguenti cambiamenti della società cinese, queste usanze sono passate in secondo piano; in tal caso, ogni singolo sgabello dell’installazione può essere visto come metafora di un’individualità minacciata dagli eccessi di un mondo come quello in cui viviamo oggi.