Guerrilla Girls è un collettivo femminista radicale con un’identità anonima, fondato a New York nel 1985 da un gruppo di artiste e attiviste con l’intento di denunciare all’intero mondo dell’arte, comportamenti di discriminazione sessuale e razziale, e nel contempo promuovere le donne e le persone di colore nel circuito del contemporaneo.

La loro prima uscita avviene a New York in occasione dell’apertura di una grande mostra internazionale sulla pittura e sulla scultura intitolata “An International Survey of Painting and Sculpture,” che si svolge nel 1984 nella grande cornice istituzionale del MoMA  (Museum of Modern Art). In occasione di questa grande esibizione, le Guerrilla Girls non si lasciano sfuggire, tramite la loro anonima e metropolitana attività artistica, le sottili denunce sull’organizzazione di questo tipo di mostre e la scelta degli artisti normalmente selezionati, enfatizzando la continua mancanza di alcuni gruppi sociali nelle gallerie e nei musei. Nottetempo le Girls, quindi, affissano poster abusivi che dichiara in maniera diretta le disparità razziali e sessuali dei partecipanti di questa mostra (su 169 artisti, il 100% sono bianchi e meno del 10% sono le donne). Portando l’attenzione su questi dati, il collettivo porta anche il pubblico ad una riflessione importante generata dalla domanda:

“Quante artiste hanno esposto in una personale in un museo di New York?”.

I dati che le Girls forniscono sono esemplari: zero per il Museo Guggenheim, per il Metropolitan e per il Whitney; una sola attività artistica invece al MoMA.

Su uno dei siti ufficiali, le Guerrilla raccontano quell’esordio:

“Il 14 giugno 1984 siamo andati a una protesta davanti al Museo d’Arte Moderna dove c’era una retrospettiva di 169 artisti, con solo 13 donne e ancor meno artisti di colore. Siamo rimasti scioccati che nessuno dei visitatori del museo sembrava interessarsene! Questo è stato il “AHA! Moment”. Ci doveva essere un modo migliore – un modo più contemporaneo, creativo – di sfondare la credenza popolare che i musei hanno sempre saputo meglio e non c’era alcuna discriminazione nel mondo dell’arte. Abbiamo avuto l’idea di fare i manifesti di strada, trovammo insieme alcuni amici circa 9 mesi dopo […] e ci siamo chiamate le Guerrilla Girls. Quei primi manifesti hanno dato avvio ad una discussione pubblica che è ancora in corso. Ne hanno portato centinaia di più, non solo di arte, ma anche di cinema, politica e cultura pop. Il nostro tipo di attivismo pazzo (usando fatti e umorismo) è diventato un modello per centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo che vogliono usare la loro creatività per combattere per le questioni a cui tengono”.

La loro attività non è solo un fenomeno degli anni Ottanta, ma è stata ampliata negli anni e allargata anche geograficamente andando soprattutto a coinvolgere “succursali” in numerose città statunitensi.

Durante la metà degli anni Novanta il loro attivismo si è spinto alla critica della cultura popolare, degli stereotipi e della corruzione nel mondo dell’arte, fino ad una serrata critica di Hollywood e dell’industria cinematografica.

Si occupano anche di ambientalismo, di questione sull’aborto, e fanno parte della campagna di Amnesty International “Stop alla violenza sulle donne nel Regno Unito”.

Nel 2001 il gruppo si è separato in tre indipendenti entità: Guerrilla Girls, Inc., una continuazione del gruppo originale (http://www.guerrillagirls.com/), GuerrillaGirlsBroadBand, orientate più sui media digitali (http://www.ggbb.org/) e Guerrilla Girls On Tour, un collettivo teatrale itinerante (http://guerrillagirlsontour.com/).

In uno dei siti ufficiali (http://www.guerrillagirls.com/), le Guerrilla Girls si descrivono così:

“Siamo femministe vendicatrici mascherate nella tradizione degli anonimi benefattori come Robin Hood, Wonder Woman e Batman. Come esponiamo il sessismo, il razzismo e la corruzione nella politica, arte, cinema e cultura pop? Con i fatti, umorismo e le immagini oltraggiose. Vi sveliamo la sottostoria, il sottotesto, il trascurato, e il decisamente ingiusto […]. Potremmo essere chiunque; siamo ovunque”.

La loro attività artistica attiva tutti i canali e le forme di comunicazione più efficaci: affissioni di poster e locandine critiche (in b/n), che chiamano “Public Service Messages from the Guerrilla Girls, conscience of the art world”; manifesti; spedizione di lettere ai diretti interessati; progetti di strada; realizzazione di opere pubbliche.Negli ultimi anni le Girls sono autrici anche di diversi libri.

Come vere e proprie performer, durante le loro azioni (come nell’attaccare poster o nelle varie dimostrazioni durante l’inaugurazione di mostre) le Guerrilla Girls indossano maschere da gorilla per rimanere nell’anonimato, e nelle interviste si appropriano dei nomi delle artiste del passato: da Kathe Kollowitz a Georgia O’Kieffe, da Frida Kahlo a Sofonisba Anguissola.

Il contenuto è ricco di dati, statistiche, dichiarazioni provocatorie ma sempre con un pizzico di ironia o sarcasmo, domande altrettanto provocatorie sul ruolo delle donne e delle minoranze nel mondo dell’arte.

Attivano elevate strategie di comunicazione e di, appunto, “Guerrilla marketing” criticando le consuetudini più ovvie come parte del processo dei poteri sociali e cercando di sradicare convinzioni e clichè culturali, partendo in primis proprio dal mondo dell’arte.

Nel 1988 le Guerrilla Girls sono partecipi di una mostra a New York, negli spazi della Clocktower, dal titolo “Guerrilla Girls Review the Whitney” nella quale sono raccolti tutta una serie di documenti circa la composizione dei partecipanti alle varie edizioni della Biennale. Tramite l’epifania di determinati documenti al pubblico della mostra, le Guerrilla Girls danno un gancio destro ai Musei criticando loro, ideologicamente e politicamente, il loro pesante e così massiccio ruolo sociale e morale nella formazione del gusto e della riflessione comune che va ben oltre il mondo dell’arte, per approdare nel mondo quotidiano a diversi livelli.

L’anno successivo, nel 1989, le Guerrilla Girls si rendono conto che la presenza femminile delle donne nei musei fosse solo esclusivamente dovuta alla loro nudità nelle opere d’arte esposte e non dalla loro presenza come artiste contemporanee.

Grazie alla progettazione di un cartellone per il Public Art Fund a New York (poi da questi rifiutato per il contenuto, a loro dire, poco chiaro), le Guerrilla colgono la possibilità di fare qualcosa che potesse piacere ad un pubblico più generale: decidono quindi di conteggiare, in occasione della mostra al Metropolitan Museum of Art di New York, il numero dei nudi maschile confrontandoli con il numero dei nudi femminili nelle opere d’arte presenti. I risultati sono rivelatori. Sulla stessa scia le Guerrila confrontano quindi le artiste donne contro il numero di nudi femminili.

Nasce quindi il poster (a cui seguirono quello del 2005 e quello 2012, aggiornando i dati) illustrato a mo’ di collage che riprendeva il celebre quadro della Grande Odalisca di Ingres ma con indosso la maschera da gorilla:

Do women have to be naked to get into the Met. Museum? Less than 5% of the artists in the Modern Art sections are women, but 85% of the nudes are female.

(Le donne devono essere nude per entrare al Met. Museum? Meno del 5% degli artisti nelle sezioni d’Arte Moderna sono donne, ma l’85% dei nudi sono femminili). Nel loro libro “The Guerrilla Girls’ Updated Art Museum Activity Book”, le Guerrilla Girls raccontano:

“Nel 2011, abbiamo fatto il nostro ultimo resoconto. Eravamo sicure che le cose fossero migliorate, ma sorpresa! Solo il 4% degli artisti nelle sezioni Moderna e Contemporanea erano donne, ma il 76% dei nudi erano femminili. Meno donne artiste, più nudi maschili. È questo il progresso? Pensiamo che non possiamo ancora mettere via le nostre maschere”.

 

 

Un articolo di Daisy Triolo