James Turrell

James Archibald Turrell è un’artista americano vicino alla Land Art e conosciuto internazionalmente nel panorama culturale per i suoi lavori sulla percezione della luce, del colore e dello spazio.

Nato nel 1943 a Los Angeles da padre ingegnere aeronautico e da madre medico, Turrell cresce a Pasadena dove si diploma nel 1961. Personalità particolare con una precoce e spiccata propensione scientifica, l’artista riceve dalla famiglia i primi rudimenti riguardanti il volo aereo, la meccanica dei motori aerei e la fotogrammetria, che saranno essenziali nella sua ricerca artistica. Inizia a frequentare corsi di chimica, astronomia, storia dell’arte e scultura presso il Pomona College di Claremont (California), dove nel 1965 consegue il Bachelor of Arts in “Psichology and Mathematics” e nel 1973 completa gli studi a Claremont con il conseguimento del Master of Arts.

La formazione di Turrell ruota nello specifico intorno allo studio dei processi psicologici della percezione visiva, bagaglio questo che egli applica costantemente ai suoi lavori artistici spingendosi qui ad esplorare in maniera approfondita i modi in cui l’occhio e il cervello processano lo stimolo sensoriale visivo provocato dalla luce e dallo spazio. La sua non è un’arte caratterizzata da medium tradizionali ma si focalizza quindi sulla luce come linguaggio d’espressione e soggetto stesso dell’opera, giocando con l’illusione della bidimensionalità e della tridimensionalità ottica, fenomeno che l’artista stesso chiama “decisione dicotomica percettiva”.

Non mi ha mai interessato dipingere la luce, ma utilizzarla come strumento percettivo. Credo che la luce sia una sostanza forte e potente, ma la sua presenza fisica sembra fragile, quasi impalpabile. Per far percepire la sua potenza l’ho trasformata in un’esperienza.

Turrell comincia nel periodo universitario a realizzare “installazioni-sculture” costituite da ambienti chiusi in cui mediante il gioco di proiezioni e tagli della superficie fatti dall’artista e a seconda dei determinati effetti di percezione visiva degli osservatori, la luce assume illusoriamente la forma di un solido luminoso. Nasce nel 1967 la serie “Cross Corner Projection” (presentate alla sua prima mostra personale presso il Pasadena Art Museum), con la prima di queste Afrum (1967, ribattezzata poi Afrum-photo), generata dalla proiezione di una forte luce su uno degli angoli di una stanza buia. Il fascio di luce formato da due trapezi luminosi colpisce i due muri adiacenti, le basi dei trapezi vengono quindi a coincidere esattamente con l’angolo della stanza risultando otticamente più vicine all’osservatore e provocando di fatto l’illusione di un cubo tridimensionale che fuoriesce dalla parete.

Turrell realizza così numerose serie di ambienti che giocano con la luce e la percezione visiva (alla fine degli anni ’60 e all’ inizio degli anni ’70 fanno parte le “Single Wall Projections, le prime “Shallow Space Constructions” e le “Mendota stoppages”, quest’ultime con interazioni acustiche oltre che luminose all’interno di camere progettate a hoc), nate grazie agli esperimenti sui campi percettivi totali e sulla deprivazione sensoriale che egli conduce, insieme al collega Robert Irwin, all’interno del programma Art and Technology (istituito dal Los Angeles County Museum in collaborazione con gli scienziati e gli ingegneri della Lockheed Aircraft, della IBM e della Garrett Aerospace Corporation). Numerose sono quindi le installazioni site-specific create dall’artista con illuminazioni studiate ad hoc per architetture preesistenti, che si basano sull’Effetto Ganzfeld: gli spettatori esposti alla stimolazione diretta di un campo luminoso, colorato e uniforme subiscono temporaneamente una perdita della visione, questo comporta un fenomeno allucinatorio e uno stato riflessivo che Turrell stesso definisce, “seeing yourself seeing – vedere se stessi nell’atto di vedere”.

La maggior parte della carriera artistica di Turrell però ruota attorno alla progettazione di un’opera che si presenta come il più grande land-formed work del mondo: il Roden Crater. Nel 1974 con la borsa di studio della Fondazione Guggenheim, l’artista finanzia una serie di voli sul territorio desertico dell’ovest americano con l’intento di trovare un sito naturale in cui attuare le sue ricerche espressive. Dopo sette mesi di ricerca trova questo cono vulcanico situato nel Painted Desert (presso Flagstaff, Arizona), sul quale lavora per più di 30 anni, progettando, disegnando e costruendo (con l’aiuto di ingegneri, architetti, geologi, astronomi) una serie di gallerie, di ambienti sotterranei e di stanze che vengono illuminate con luce diurna e notturna attraverso aperture (adeguatamente orientate), provocando all’interno vari effetti visivi e multisensoriali, che vanno dall’esaltazione dei fenomeni luminosi fino alla percezione dei suoni dell’universo. Le camere funzionano come sofisticati osservatori astronomici ad occhio nudo, dove il visitatore può catturare ed interagire con la luce solare, lunare e stellare. Gli effetti di luce sono poi favoriti dal basso grado di umidità e dalle particolari condizioni climatiche asciutte proprie del deserto, nel quale ogni stimolo sensoriale visivo, acustico e tattile subisce una dilatazione senza precedenti.

L’idea di Turrell è stata quindi quella di trasformare il Roden Crater da semplice cratere inattivo in una grandiosa opera d’arte, “come un monumento alla percezione” (Turrell).

 

Un articolo di Daisy Triolo