Marc Quinn

L’artista britannico Marc Quinn è nato nel 1964 a Londra, dove vive e lavora. Lavora con diversi media ed è uno più discussi protagonisti dell’arte contemporanea internazionale.

Formatosi nel 1981 come assistente dello scultore Barry Flanagan dove apprende magistralmente le tecniche della lavorazione del bronzo, Marc Quinn si iscrive l’anno seguente all’Università di Cambridge dove si laurea in Storia e Storia dell’arte nel 1985, trasferendosi a Londra nel medesimo anno.

La Londra della fine degli anni ‘80 è in pieno fermento culturale e artistico, e Quinn cavalca bene l’onda innovativa che lo porterà agli inizi degli anni ’90 a emergere prepotentemente nel mondo artistico internazionale. Marc Quinn diventa il primo artista emergente sostenuto dalla giovane dealer e futuro fondatore della galleria londinese White Cube, Jay Jopling, insieme ad alcuni degli Young British Artists (tra cui Damien Hirst, Tracey Emin, Jenny Saville) di cui l’artista fa parte. Presentati nella collezione di Saatchi per la prima volta nella mostra del 1993, gli “Young British Artists” vengono consacrati nel 1997 nella grande mostra di importanza storica “Sensation” (alla Royal Academy of Arts, all’Hamburger Bahnhof di Berlino e al Brooklyn Museum of Art di New York).

Le opere di Marc Quinn colpiscono l’occhio per la loro evidenza corporea e scuotono fortemente la sensibilità degli spettatori. Quinn indaga il rapporto tra arte e scienza, naturale e artificiale, antropologico e tecnologico. Le sue opere manifestano una costante riflessione sulla vita e sulla morte, sul corpo (centro della sua poetica) e la sua conservazione/deperibilità, sull’apparenza e sull’interiorità. L’arte di Quinn viene a porsi come un territorio sospeso nel tempo, come “zona franca o cavità magica” chiamata da Celant, dove si svelano le verità enigmatiche e i paradossi della società attuale.

L’artista lavora con materiali disparati: pane, feci, bronzo, oro, marmo, DNA, sangue e anche con una rana. Una delle sue prime opere si intitola Self (1991) ed è una riproduzione fedele della sua testa fatta da un conglomerato di 5 litri di sangue congelato che l’artista si è fatto prelevare in 5 mesi. L’opera si trova posizionata in una teca di perspex refrigerata, in uno stato di vita “non vita perenne”.

Volevo fare un lavoro che trattasse della vita e della sua fragilità, volevo che forma e contenuto fossero me.

Dell’opera l’artista ha fatto ogni cinque anni diverse versioni che segnano le sue trasformazioni fisiognomiche nel tempo.

The Complete marbles (1999-2000) è una serie di sculture in marmo che ritraggono disabili, che l’artista colloca in una dimensione classica, esaltando loro la bellezza come eroi moderni, e dove diventa evidente che Il limite del proprio corpo non è il limite della sua dimensione interiore.

L’opera Rubber Soul (1994) è un calco della testa dell’artista in perspex dotato di un sistema di refrigerazione. All’interno della scultura si trova una “rana sylvatica” che vive nell’emisfero nord e che possiede la facoltà di congelarsi e di portare in uno stato di sospensione il proprio sistema nervoso per sopravvivere a temperature minime, tanto da sembrare morta. L’unità frigorifera ne decide così la rinascita o la sospensione.

Garden (2000) è invece una sorta di giardino con piante provenienti da paesi di tutti i continenti e dai diversi ritmi stagionali immersi nel silicone, in stasi criogenica, si trovano qui ad avere una “vita” infinita, uno spazio che supera la decadenza e la putrefazione della materia.

Tra le opere sui disabili c’è anche una scultura site specific in marmo dell’artista focomelica e incinta Alison Lapper Pregnant (2005), esposta nel 2005 sul quarto plinto di Trafalgar Square, riproposta poi nella versione gonfiabile Breath (2012), pezzo principale della cerimonia d’apertura dei Giochi Paralimpici di Londra del 2012, ed esposta in prossimità della Basilica di San Giorgio durante la mostra dell’artista alla Fondazione Cini (29 maggio-29 settembre 2013).

 

Un articolo di
Daisy Triolo