Jenny Holzer

Jenny Holzer è una delle più note artiste concettuali statunitensi, membro dell’ARS (Artists Rights Society) di New York.

Nata a Gallipolis (Ohio) nel 1950, Jenny Holzer studia presso la Ohio University di Athens e la Rhode Island School of Design di Providence. Nel 1977 si trasferisce a New York dove vive attualmente. Qui frequenta il programma di Indipendent Studies al Whitney Museum of American Art e intraprende la sua ricerca incentrata sul linguaggio.

Proprio dal 1977 crea i suoi primi lavori basati sulla scrittura, dando vita alla serie Truism (“verità ovvie”), parole su carta da diffondere per la città. Due anni dopo, nel 1979, si associa al gruppo di artisti Colab (tra cui Basquiat), con i quali condivide la preferenza per i luoghi urbani e metropolitani come diffusione capillare della propria opera, di contro alle strutture d’arte tradizionali sentite ormai inadeguate (gallerie, musei, riviste specializzate).

Durante tutta la sua carriera ha esposto in musei come il Solomon R. Guggenheim di New York, i cui truism ripercorrevano tutta la spirale interna dell’edificio (1989), il Centre Pompidou di Parigi (1996), il Museum of Modern Art (1997), il Whitney Museum of American Art di New York (1999), l’Oslo Museum of Contemporary Art (2000), e la Neue Nationalgalerie di Berlino (2001). Nel 1990, rappresenta il Padiglione Americano alla 44 esima Biennale di Venezia, vincendo il Leone d’Oro  con Venice installation, truismi scolpiti su lapidi. Nel 2004, invece, Holzer riceve in patria il Public Art Network Award.

Nel 2010 Jenny Holzer sbarca in Asia dove presenta su LED i suoi slogan politici “PROTECT ME FROM WHAT I WANT” nella galleria Pearl Lam di Hong Kong, successivamente montati in un digital video su musica di John Cage e montaggio di Ringo Tang.

La sua poetica è basata sul principio di arte pubblica ed è portatrice di messaggi diffusi al di fuori degli spazi e dei canali tradizionali. Messaggi autoritari che vanno da frasi laconiche disposte in ordine alfabetico a quelle sempre più complesse e intimistiche, dichiarazioni, cliché, stampati su volantini distribuiti per strada e su poster in bianco e nero affissi abusivamente per le strade di Soho (nei primi lavori della fine degli anni ‘70), su T-shirt, cappellini, confezioni di profilattici, su tabelloni segnapunti, scontrini, su lapidi, alluminio, placchette di bronzo, o realizzate su pannelli pubblicitari e su monumentali insegne elettroniche al LED (negli anni ‘80) il cui medium secondo le stesse parole dell’artista“ha improvvisamente cambiato l’enfasi delle mie opere. Era come avere la voce dell’autorità che diceva qualcosa di diverso da quello che direbbe normalmente”.

Le tematiche sono costantemente quelle di guerra, politica, violenza e morte.

Nella sua ricerca di una comunicazione alterata ma spiazzante che potrebbe definirsi guerrilla marketing, Jenny da vita alla prima serie importante di opere chiamata Truism (risalente al 1977-80).

I truismi sono affermazioni brevi e incisive che l’artista costruisce partendo da modi di dire popolari sui quali lavora sopra, parafrasandone il linguaggio e dando vita a frasi che colpiscono il senso comune, il pensiero dominante e qualunque tipo di pregiudizio. All’apparenza sembrano frasi riprese dalla strada, ascoltate in metropolitana o riprese dagli slogan televisivi.

Affermazioni brevi e ipnotiche (lunghe una riga), ogni truismo evidenzia delle voci narranti diverse, come diversa è spesso la loro rappresentazione e i loro mezzi di comunicazione, sempre di massa. Hanno in sé la retorica dell’impulso comunicativo tipico del manifesto e la razionalità denotativa di una semplice didascalia. Così lo spettatore è inconsapevolmente trascinato in un vortice di circolarità di messaggi e di ipertesto urbano che si sedimentano progressivamente nel loro apparato cognitivo e nel loro immaginario, cambiandone la visione.

Dalla serie Truism (1977-1978):

“Uno sforzo sincero è tutto quello che puoi chiedere”

“Non aspettarti che la gente sia quello che non è”

“Se non lasci il segno rinunciaci”

Negli anni successivi Jenny Holzer elabora una serie di nuove opere, basate sempre sull’uso della scrittura e realizzate su supporti diversi, come placche di bronzo, alluminio, lapidi. Ai Truism fanno quindi seguito ad esempio le serie: Inflammatory essays (1978-80), Living series (1983), Survival series (1986), Laments (1988), Lustmord (1993-94).

Al pari delle artiste Barbara Kruger e Cindy Sherman, Jenny Holzer apre la strada al confronto e al dialogo, da lì in poi mai terminato, tra l’arte e l’immaginario mediale.

Difatti con l’avvento del web, Jenny Holzer non si lascia scappare l’opportunità di diffondere i suoi truismi e la sua arte attraverso il suo sito internet ADAWEB www.adaweb.com creato nel 1995, attraverso il quale, in maniera criptica, riesce ad arricchire la collezione dei modi di dire. Questo sito inoltre aiuta Holzer a spersonalizzarsi maggiormente rispetto a quanto già aveva cercato di fare con le sue frasi enigmatiche, portando fino al limite la perdita dell’autorità dell’artista.

“Ho sempre voluto che la mia voce non fosse identificabile”

Le opere e gli interventi pubblici di Jenny Holzer si collocano al confine tra spazio “pubblico” e “privato”, tra “accettato” e “non politicamente corretto”, e sono creati ad hoc per l’ambiente in cui espone, andando a creare così un solido contatto tra il contenitore e l’opera contenuto.

Una della tante significative versioni dei suoi Truism è l’installazione Spectacular Board del 1982 a Times Square: un gigantesco pannello elettronico al LED acceso giorno e notte dove comparivano in sequenza frasi forti come “L’abuso di potere non è mai una sorpresa”, “Ogni surplus è immorale” “Proteggimi da ciò che voglio”.

Qualche anno dopo nel 1989, Holzer presenta nel Dia center for the arts di New York la toccante installazione Laments in cui su tredici insegne LED e su tredici sarcofagi sono presenti continui pensieri sulla morte di uomini, donne e bambini.

Una delle opere più forti è Lustmord (parola che allude già allo stupro), una serie di “scritture sul corpo” create da Holzer su commissione del quotidiano tedesco “Süddentsche Zeitung” nel 1993, periodo della guerra in Bosnia, dove il mondo intero assiste alle atrocità della “pulizia etnica” nell’ex Jugoslavia. L’opera consiste in frasi di violenza indistintamente pronunciate da carnefici, vittime e osservatori, scritte (in inglese e tedesco) su pelle umana con il sangue di donne tedesche e jugoslave, che ricordano, e nel frattempo cercano di esorcizzare, tutti quei corpi violati dalla pratica diffusa degli stupri di massa. Una critica feroce quindi contro la violenza maschile sulle donne, vittime innocenti delle guerre.

“Sono sveglia nel luogo dove la donna muore”.

“Il suo colore la dove lei e’ sottosopra. È abbastanza perché io la uccida”.

Riguardo tutto il suo lavoro, Jenny Holzer sostiene:

“Cerco sempre di portare un contenuto insolito ad un pubblico diverso, non al mondo dell’arte”

(intervista a Wired)

 

Articolo di Daisy Triolo