Judy Chicago

L’artista e scrittice statunitense nasce nel 1939 come Judith Cohen, nella città di cui più tardi prenderà il nome d’arte.
È l’esponente più significativa della Feminist Art, di cui ne elabora nel 1971 un programma, il primo nel suo genere.
Già dalle sue prime opere degli anni ’60 si nota l’attenzione verso la donna, il suo ruolo e la sua fisicità, nelle opere astratte come “Bigamy” o “Pasadena Landscape“, dove si riconoscono le trasposizioni degli organi sessuali.

Nello stesso periodo inizia anche le sperimentazioni con la performance art, usando varie tecniche e materiali tra cui i fuochi d’artificio o pittura spray.
Inizia poi ad esaminare il ruolo della donna in arte e cultura negli anni ’70, integrando competenze stereotipicamente femminili come il cucito o il ricamo ad abilità strettamente maschili come la saldatura e la pirotecnica.

Le figure femminili tornano infatti nelle sue opere più famose, come in “The Dinner Party“, installazione composta da 39 postazioni per rievocare un personaggio storico o mitico femminile (artiste, dee, martiri) tramite ricami e sculture. Tanti aspetti ricorrenti e metaforici della donna ricorrono in questa opera come il triangolo, farfalle o fiori a simboleggiare la vulva contrapposti a temi religiosi come il numero 39 (13 per 3) a ricordare l’Ultima cena tipicamente maschile.

Negli anni ’80 crea “The Birth Project“, 100 pannelli realizzati in macramè, ricami, trapunta per celebrare la donna come madre, altro aspetto della vita della donna nel mondo. La Chicago con quest’opera da una reinterpretazione della Genesi, sottolineando l’importanza della donna, ma ispirandosi però a un dio maschio che crea un umano maschio senza una donna.

Un articolo di Silvia Norcini