Kiki Smith

Kiki Smith è un’artista americana di origine tedesca, protagonista di più di 150 mostre monografiche nel mondo e occupa un posto di spicco nel panorama dell’arte contemporanea.

Figlia d’arte del noto artista minimalista Tony Smith e dell’attrice e cantante d’opera americana Jane Smith, Kiki nasce a Norimberga nel 1954 e si stabilisce a New York nel 1976. Alla fine degli anni ’70 l’artista partecipa attivamente all’esperienza COLAB (Collaborative Project Inc.), collettivo di artisti che si occupano di problematiche sociali e che operano al di fuori del sistema tradizionale delle gallerie. Nel 1980 COLAB allestisce la famosa retrospettiva Times Square Show dove Kiki Smith partecipa insieme ad altri importanti artisti, come Jean-Michel Basquiat e Keith Haring, esponendo il suo primo lavoro sul corpo che diverrà la sua cifra stilistica. Dopo aver esposto in collettive ai margini del tradizionale circuito galleristico, dal 1985 arrivano i primi riconoscimenti ufficiali e Kiki Smith inisia a partecipare a diverse Biennali (Biennale Whitney 1991, 1993, 2002; Biennale di Firenze 1996, 1997, 1998; Biennale di Venezia 1993, 1999, 2005, 2009).

Negli anni in cui dilaga tra gli artisti la sperimentazione dei nuovi media, Kiki Smith preferisce l’utilizzo delle tecniche tradizionali usando spesso superfici povere come la carta (alla stregua dell’artista Marlene Dumas) ed è per questo motivo che alla fine degli anni ’80 viene inserita nell’ondata neo-espressionista europea insieme agli artisti Julian Schnabel e David Salle. Mediante diversi materiali dal vetro al bronzo, dalla porcellana alla ceramica, dal latex alla cera d’api, dal gesso alla carta, Kiki Smith produce sculture e disegni che raccontano tematiche quotidiane come l’identità, gli stereotipi sessuali, il rapporto tra il corpo e il mondo e tra l’uomo e la natura, abbracciando in pieno gli ideali femministi e accostandosi quindi all’impegno sociale di altre artiste degli anni ’80 e ’90.

Io credo nell’arte come una nostra possibilità di auto-rappresentarsi, di rappresentare le nostre esperienze umane. A volte creo immagini dure, ma per me sono tentativi di sopravvivenza (2002).

Il suo è un lavoro stratificato di significati, metafore, paradossi. Il fulcro centrale della sua poetica è la rappresentazione del corpo, in particolare quello femminile, la sua deperibilità e vulnerabilità, la sua fragilità ma anche la sua forza in contrapposizione alla visione maschilista che lo vede come mero oggetto erotico. I corpi di Kiki Smith sono spesso lacerati, smembrati, in una visione che affonda le proprie radici sia nella scienza immaginaria ottocentesca, che nelle storie dei martiri, e che acquista una connotazione prettamente personale grazie all’esperienza del corso di pronto soccorso da lei frequentato nel 1985, dove studia direttamente il corpo in stretta relazione con la malattia e il trauma.

Tra i suoi lavori più importanti e provocatori sull’identità e sugli stereotipi sessuali risulta Mother and child  (1993), una donna e un ragazzo in atteggiamenti esplicitamente sessuali, colti dallo spettatore completamente assorti nella loro intimità privata.

è il concetto di riproduzione che mi ha spinto a concepire quest’opera… la madre e il bambino, entrambi parte di una situazione autosufficiente, all’infinito.

Un’opera emblematica della forza intrinseca della donna è rappresentata invece da Rapture (2001), dove Kiki, richiamandosi probabilmente alle favole e ai racconti fiabeschi, rappresenta una figura femminile completamente nuda che ha combattuto il suo aggressore, un lupo, ed emerge da esso con un andamento fiero lasciando l’animale agonizzante a terra.

Spero insomma che qualcosa dell’opera entri in risonanza con qualcos’altro, così da far riflettere ciascuno sulla propria vita. (2003)

 

Un articolo di Daisy Triolo