Nancy Spero

Nancy Spero (Cleveland, 1926 – New York, 2009) è stata una nota artista statunitense. Formatasi dapprima a Chicago, poi a Parigi – dove frequenta l’Ecole nationale superieure des Beaux-Arts ed entra in contatto con il pittore cubista Andre Lothe – la Spero acquisisce dei modelli artistici che si distaccano dall’accademismo e che segnano tutta la sua carriera.

Le opere di Nancy Spero evidenziano l’interesse crescente dell’artista verso le tematiche sociali, in particolare il femminismo. Fervente sostenitrice del movimento di emancipazione delle donne, Nancy Spero, al pari di molte sue colleghe del tempo, si batteva per i loro diritti in una società ancora troppo maschilista e dilaniata dalla guerra. L’artista vedeva l’uomo come il portatore dei conflitti e associava le armi belliche con l’anatomia maschile, soprattutto genitale. Questa tematica era presente iconograficamente in molti dei suoi disegni insieme alla dimensione mitologica della narrazione, per la quale l’artista si ispirava alla mitologia occidentale e classica, come è visibile in molte sue opere.

In Kill Commies/Maypole (1967), l’artista mette in scena le barbarie della guerra senza cedere ad eufemismi. La Spero raffigura delle teste mozzate appese all’asta di una bandiera, in riferimeto all’antica pratica della decapitazione, che seguiva l’esposizione pubbica della testa su una lancia di ferro.

In Search and Destroy (1967), l’artista utilizza il tema artistico di denuncia alla guerra per polemizzare con la politica in Vietnam degli Stati Uniti, dove stavano combattendo una guerra che era sfociata in dissensi e rivolte giovanili. L’opera rappresenta un elicottero (simbolo della guerra del Vietnam) che si schianta a terra provocando una miriade di vittime, come si evince dalla macchia rossa che si staglia sulla parte inferiore del disegno. Il sangue contrasta cromaticamente con il grigio elicottero accentuandone la forma, che richiama quella di un membro maschile.

Torture of Women (1985-1989) è un’ampia composizione in cui l’artista accosta immagini astratte e testimonianze delle brutali violenze che sono costrette a subire le prigioniere di guerra. L’opera sembrerebbe ripercorrere una storia della violenza sulle donne, dalla mitologia sumera fino alle grandi stragi di civili del XX secolo, evidenziando l’omertà diffusa su certe pratiche di violenza e tortura sessista.

Artemis, Acrobats, Divas and Dancers (1999-2000), è una serie di 22 mosaici in vetro e ceramica collocati nelle fermate metropolitane di New York. Quì le donne raffigurate sembrano librarsi in aria dopo essersi liberate dalle catene che le hanno oppresse in precedenza, danzando e saltando, riappropriandosi di una femminilità sacrificata dalle violenze e dal maschilismo della guerra. L’artista utilizza immagini iconiche di donne reali e mitiche, prendendo spunto da diverse fonti e discicpline come l’archeologia e l’architettura, ma anche dall’arte antica e dal mondo contemporaneo.

Ritroviamo lo stesso tema in una delle sue ultime opere, Azur (2002): un insieme di pannelli esteso per quasi cento metri, dove sono raffigura delle donne danzati, prive di ogni costrizione, finalmente libere dalla sofferenza che ha connotato i personaggi femminili protagonisti nelle opere dei decenni precedenti.