Carla Accardi

Carla Accardi nasce a Trapani nel 1924 ed è un’ artista tra le più rappresentative del secondo dopoguerra italiano. Studia all’ Accademia delle Belle Arti di Palermo fino al 1947 e nello stesso anno si lega alla corrente dei giovani “formalisti e marxisti” che assieme a lei, unica donna, costituiranno il gruppo Forma I, spogliando l’arte dei vincoli trasmessi dall’attaccamento alla realtà per far spazio alla nascita di un’ immagine pura, primaria.

Il suo percorso individuale ha inizio con la prima esposizione  personale nel 1950 alla Galleria Numero di Firenze ma l’adesione completa al segno iniziò solo dal 1954. Nel panorama artistico delle dualità, tra figurazione ed astrazione, Carla Accardi sceglie il Segno. Il suo lavoro si fonda infatti sull’ interazione tra segno, superficie, luce, colore e trasparenza.

L’opera Grigio e Colori rispecchia completamente la dialettica dell’artista, abbandonandosi completamente al segno e creando giochi di trasparenze attraverso l’uso dei colori. Tra il 1957 e il ’58 abbandona il colore per realizzare le cosidette Integrazioni dove il bianco si muove sul nero emancipandosi da esso e diventando luce pura.

Dal 1960 circa fino al ’64 Carla Accardi torna ad adottare il colore, realizzando Concentrico Blu e dando sfogo a un brulichio di forme felici. E’ però nel 1965 che avviene la vera rivoluzione della poetica artistica di Carla Accardi, quando inizia ad usare materiali diversi, ad abbandonare l’imposizione fisica del quadro realizzando i suoi segni su supporti in sicofoil (materiale trasparente e lucido utilizzato in campo industriale ) attraverso l’uso di vernici trasparenti.

Nel 1966 realizza Tenda con la quale la sua arte si espande nello spazio, dando vita ad un nuovo spazio artistico. Le sperimentazioni proseguono negli anni Settanta per poi tornare a qualcosa di più tradizionale solo negli anni Ottanta. Il lavoro di Carla Accardi esprime a pieno i cambiamenti artistici che a partire dagli anni sessanta hanno per sempre mutato il concetto di opera d’arte.

Un articolo di Silvia Fiorini Granieri